(Se capiti qui e non hai partorito, non leggere. O se leggi, ricordati che ogni parto è a sé e non sarà mai uguale all'altro).
Era il 14 Ottobre. Avevo delle leggere contrazioni ormai da giorni, ero sfinita, ogni notte pensavo che fosse quella giusta, ma Pagnottella non si decideva a uscire. Il 14 le simpatiche contrazioni erano ancora lì. Mi ero rimessa a misurarle giusto per passare il tempo e far finta che quel fastidio non fosse nulla.
Alle 2 ero sveglia. Avevo dolori più forti. Sono andata in bagno e il mio cane mi ha seguita. Dal nervosismo l'ho persino sgridata, chiedendomi che diavolo avesse da seguirmi in bagno! Povera..e dire che probabilmente aveva già capito tutto. Il mio cane non accennava ad andarsene, così, rassegnata, ho fatto pipì con lei che mi fissava con due occhi stranissimi.
Sono tornata a letto, ma i dolori erano fastidiosi, non riuscivo a dormire, così mi sono messa a leggere. Con la coda dell'occhio, ho visto qualcosa staccarsi dal muro e cadere. Non so perché, ma ho pensato subito: "E' un millepiedi!" e ho svegliato mio marito impanicata. Lui si è tirato su di scatto, mi ha chiesto: "Hai le contrazioni?" e io: "Sì, ma ho anche visto qualcosa cadere dal muro, vicino al lettino di Pagnottella. Per me è un millepiedi".
Ed è cominciata la caccia al millepiedi, subito trovato e..pace all'anima sua..accoppato.
A quel punto i dolori erano forti, ho guardato mio marito e gli ho detto: "Mi sa che ci siamo, stavolta".
Ho iniziato a camminare per il corridoio e abbiamo tenuto il conto delle contrazioni, ma erano completamente sballate, a volte ogni 5 minuti, altre ogni 3 minuti. Assurdo. Intanto cercavo di respirare.
Mi sono fatta accompagnare al piano di sopra, per provare a farmi la doccia. Il dolore non cessava. Sono rimasta sotto il getto dell'acqua pensando: "Ecco, ci siamo".
E non avevo paura. Era come se stessi per andare in vacanza, non so, c'era un misto di eccitazione e anche quella forza che ti viene quando stai per andare a dare un esame.
Mi sono asciugata, poi vestita. Ho chiamato mia mamma, erano quasi le 5. Ovviamente ha capito subito (e in un lampo ha preso il treno per venire qui).
Verso le 6 siamo usciti finalmente di casa. Ricordo che mi aggrappavo al muro del pianerottolo e fuori, nel cortile, camminavo piano, a volte piegandomi per il dolore. Faceva terribilmente freddo, il primo vero freddo.
Nel reparto di maternità dell'ospedale, le luci principali erano spente. La dottoressa di turno mi ha visitata, ma la dilatazione ancora non c'era. "Vedrai che torni a casa" mi ha detto.
Ma intanto mi ha fatto fare il tracciato. A ogni contrazione cercavo di respirare, ma non ce la facevo.
Se passava qualche infermiera, sentivo che diceva: "Quella è in pieno travaglio".
"Perché allora non sono dilatata?" mi chiedevo.
Quando mi hanno staccato dal tracciato, il verdetto è stato uno solo: "Ti ricoveriamo e si va in sala travaglio".
Ero ancora su di giri, non mi sembrava vero. Ero ancora nella sensazione: "Sembra di andare in vacanza".
Ho firmato i documenti per il ricovero e poi via al piano delle sale travaglio e parto. Erano le 8.
Il tutto è iniziato in modo soft, mi hanno fatto fare un bel bagno caldo e quello è stato sicuramente il momento più rilassante e intimo. Chiacchieravo con l'ostetrica, con mio marito. Lo ascoltavo parlare con amici e parenti che chiedevano di me.
Alle 9, dopo un'ulteriore visita, però, la dilatazione non era progredita per niente e così l'ostetrica ha deciso di rompermi le acque. Lì ho cominciato un po' ad avere paura, forse per quell'aggeggio che ricorda vagamente una specie di lunghissimo uncinetto. La sensazione poi delle acque, calde e vischiose, che mi colavano tra le gambe era stranissima.
Secondo l'ostetrica, con la rottura delle acque le doglie sarebbero aumentate e la dilatazione sarebbe progredita.
Alle 13 ero ancora di 4 cm.
Al cambio delle ostetriche, tutto ha cominciato a precipitare. Una delle due aveva una faccia particolarmente antipatica, non ho avvertito nessuna empatia, nessun sostegno da parte sua, e quando mi ha detto che mi avrebbero fatto l'ossitocina probabilmente sono anche scoppiata a piangere (non lo ricordo. Ricordo solo di aver detto qualcosa come: "No, vi prego..no"). I dolori, che già erano insopportabili, sono diventati disumani. A dir la verità, non riesco a ricordarli. E' vero che si dimenticano. Ricordo soltanto che sono stata malissimo, che avevo paura, che volevo che mi riportassero indietro e più volte l'ho anche detto: "D. portami via". E le ostetriche ridevano, mi dicevano: "Certo, dove vuoi andare?" e poi, quella per me più stronza: "Vai, allora, sei libera".
La ginecologa veniva ogni 2 ore e ogni 2 ore il verdetto era sempre lo stesso: dilatazione che non progrediva.
Alle 15 ero di 5 cm. E la dose di ossitocina era stata aumentata. Avevo già avuto due belle punture di spasmex per ammorbidire l'utero, ma non erano servite a niente.
Verso quell'ora cado anche in uno stato catatonico. Mio marito dice che mi sono addormentata, io invece ricordo ogni attimo di quei minuti. Mi ero prefissa proprio di estraniarmi da tutto e tutti, perché il dolore era incessante, non mi dava tregua e avevo bisogno di racchiudermi in me stessa, farmelo passare addosso e poi cercare di non sentirmi dilaniare.
Alle 16 ero convinta che ormai la dilatazione fosse a buon punto. Doveva esserlo per forza, mi sentivo morire, avevo già l'esigenza di spingere e non ce la facevo più.
Quando è tornata la ginecologa e ho visto gli sguardi che si lanciavano tra lei e le ostetriche mi sono sentita morire. E ho ricominciato a urlare. Ero ancora di 5 cm.
Da quel momento le hanno provate tutte, ancora punture, aumento di ossitocina, hanno persino provato manualmente.
Alle 17:30 ero di 8 cm, ma di lì non si andava oltre. E io continuavo a urlare come non ho mai urlato in vita mia. La ginecologa mi diceva che non aveva mai sentito urlare così tanto in vita sua e che dovevo restare calma, ma a quel punto, con il nervosismo che trapelava da ogni loro volto, come pretendevano che io restassi calma?? E con quel dolore sopratutto???
Negli attimi seguenti hanno tentato di mettermi di fianco per vedere se riuscivano a girare la testa di Pagnottella (che non ho capito, ma forse non era neanche messo tanto bene). Ed è stato probabilmente quando ho morso il braccio del lettino. Successivamente ho rischiato di spezzare il pollice della ginecologa e di lanciare dall'altro lato della stanza le due ostetriche (che ho persino sentito dire: "Ma che forza c'ha questa ancora?!).
Alle 17:45 la ginecologa mi ha detto: "Senta, che cosa facciamo..andiamo avanti così o le facciamo il cesareo".
A me è crollato il mondo. Stavo male, mi sembrava di morire, volevo solo che tutto finisse il prima possibile, ma non riuscivo ancora a concepire l'idea che dovevo per forza fare il cesareo, mi sembrava assurdo sopratutto il fatto che quella dottoressa me lo chiedesse in quel momento. Sono rimasta zitta e lei ha detto: "Ok, allora decido io. Facciamo il cesareo".
Quando ormai tutto era passato, mio marito mi ha detto che la ginecologa aveva detto a lui e ai miei parenti, fuori dalla sala, che ci sarebbero volute altre 8 ore perché la dilatazione arrivasse ai 10 cm. Praticamente potevo pure collassare...forse...
Non ho sentito neanche il catetere che mi mettevano, non ho capito più nulla, ho visto solo che le persone intorno a me erano raddoppiate, se non triplicate.
Il dolore ormai era così forte e sconvolgente che non riuscivo neanche a stare ferma per la spinale, ho dovuto supplicarli di aspettare a farmela, aspettare almeno che fosse passata l'ondata forte.
E poi finalmente il sollievo, il dolore che cessa. Il silenzio. Solo il mio sangue che mi pulsa forte nelle orecchie.
Sembravano tutti così distanti da me, estraniati, allora ho afferrato una mano. La mano dell'unico dottore che mi parlava con dolcezza e mi diceva di stare tranquilla. Quel dottore (che poi era l'anestesista), è rimasto mano nella mano accanto a me per tutto l'intervento (che comunque non è durato più di 15 minuti credo). Mi ha accarezzato la fronte come a una bambina e quando Pagnottella è stato tirato fuori mi ha detto che era bellissimo e sanissimo.
Quando l'ho sentito piangere (erano le 18:11), l'adrenalina è calata di colpo, ho cominciato a piangere anch'io e non mi pareva vero. Continuavo a dirmi: "E' nato..è nato...è davvero nato?". Forse mi avevano dato anche qualche calmante, dato il mio stato.
Ho sentito qualcuno dire: "Ma come pensavo di farlo da sola, guarda com'è grosso!" e poi "E senti come strilla..ha preso da te eh?" e anche: "La prossima volta ti devi scegliere un marito piccolo come te se non vuoi sentire così male" (questa me la devono ancora spiegare..).
Ma in quel momento non mi importava più di nulla. Quando mi hanno portato il mio bambino, ho sentito il suo calore accanto al mio viso, ho appoggiato le labbra alla sua guancia, non capivo ancora che era il mio bambino. Era calda e morbida. E quel calore si è irraggiato tutto dentro di me. Ormai non mi importava più nulla. Del dolore passato, di quello che sarebbe venuto. C'era solo quell'esserino che era stato nella mia pancia e ancora non mi capacitavo.
Sono mamma?, mi dicevo. E' così essere mamma? E' questo allora che si fa? Ci sono passata proprio io? Davvero?
Le ore che ho passato poi con lui e mio marito mi sono volate. Non so se per effetto di qualche calmante, dell'anestesia o dello stato in cui mi trovavo.
E poi c'è stata la prima lunga notte senza mio figlio.
Perennemente sveglia, un po' per il dolore e un po' a chiedermi cosa stesse facendo e perché non me lo portassero. Volevo soltanto vederlo.
Il resto...il resto è solo da dimenticare.
E più i mesi passano e più sento che è davvero mio, con tutte le sue espressioni, con quel suo corpicino caldo, con quel sorriso solare che mi dedica, con i suoi gorgheggi, con le sue lacrime, con i suoi strilli, con i suoi giochi, con il suo stupore.
E' il mio Pagnottella.
